STORIA DI UN CONFINE DIFFICILE
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Il diario degli studenti

Il progetto aveva previsto uno spazio per gli studenti, egregiamente occupato. Due giornalisti, Chiara Brilli e Domenico Guarino, hanno accompagnato il percorso. La prima ha seguito e documentato la visita degli insegnanti a Roma, al Villaggio giuliano, il secondo ha vissuto l'esperienza del viaggio e accompagnato, guidandola, la documentazione prodotta dai ragazzi. Un apprendistato tecnico alla comunicazione giornalistica ha creato un'interazione con il gruppo, in ciascun luogo. La capacità comunicativa ha avuto un valore per gli studenti presenti al viaggio, che si sono cimentati nella creazione di testi, immagini, riprese video. Alle conoscenze e alla consapevolezza del valore dei luoghi di memoria come fonte di educazione storico-civile si è così integrata la competenza nel comunicare. Quel che è stato prodotto ha avuto e avrà anche in seguito un ulteriore valore: ha contribuito a dare forma a un linguaggio finalizzato alla condivisione con i coetanei, nel previsto itinerario di disseminazione dell'esperienza nelle scuole.
I materiali sono stati pubblicati nel sito di Radiocora e nel sito della Domus mazziniana di Pisa, dove il gruppo di studenti pisani ha caricato una autonoma restituzione del viaggio. 

In viaggio. Il diario di Sabrina Yahi


Redipuglia, il vero volto della guerra tra realtà e propaganda

Il Sacrario Militare inquieta: nella sua opulenza, nella sua possenza. Macabro e spettacolare, è la sintesi di due visioni della guerra: quella sacralizzata, la narrazione stilizzata dalla retorica fascista che rende “martire” indistintamente ogni caduto. 
“Redipuglia viene citato da tutti gli storici” spiega lo storico Franco Cecotti. 100.000 morti: le alme che ospita il Sacrario Militare di Redipuglia – italianizzazione del enome sloveno “Sredi Polje” (“Valle lunga”) – inaugurato da Mussolini il 18 settembre 1938, giorno della proclamazione delle leggi razziali a Trieste. Su 52 ettari, 22 gradoni si inerpicano sul versante occidentale del Monte Sei Busi; quasi infinita la successione di nomi, date di nascita, gradi militari dei 40.000 soldati identificati qui sepolti, impressa su lastre di bronzo. Su ogni gradone si staglia ripetuta quasi ossessivamente la parola “presente”, riferimento al rituale fascista dell’appello. In cima alla scalinata due fosse comuni, ognuna contenente 30.000 soldati non identificati.
Nello spiazzo, ai piedi della scalinata, numerose lastre di bronzo recano i nomi delle più importanti battaglie della Terza Armata; poco più in là, alcuni sarcofagi. Il più grande contiene la salma di Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, “Invitta”: protagonista di numerose battaglie sull’Isonzo e dell’impresa di Vittorio Veneto. Egli stesso espresse la volontà di essere sepolto assieme ai suoi soldati. Nei più piccoli giacciono le spoglie dei generali della Terza Armata.
A pochi metri dalla tomba del Duca d’Aosta, sulla prima fila di gradoni, si trovano i resti dell’unica donna inumata a Redipuglia: Margherita Kaiser Parodi, la “Crocerossina di Redipuglia”. Partecipò durante la Prima Guerra Mondiale al corpo delle infermiere della Croce Rossa Italiana, venendo decorata con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare il 19 maggio 1917; dopo la fine della guerra continuò il servizio di assistenza a feriti e malati a Trieste.
Il Sacrario Militare inquieta: nella sua opulenza, nella sua possenza. Macabro e spettacolare, è la sintesi di due visioni della guerra: quella sacralizzata, la narrazione stilizzata dalla retorica fascista che rende “martire” indistintamente ogni caduto. E quella realista, che vede nelle migliaia di nomi impressi nel bronzo l’effetto reale dei conflitti umani: la produzione industriale di vittime. L’esercito del Duca d’Aosta rimane “presente” a Redipuglia: il fascismo lo sbandierò come vessillo del nazionalismo; l’esercito di Margherita Kaiser Parodi è quello delle vittime, naufraghi nel turbinio della guerra. I due, così vicini nello spazio, sono lontanissimi: il primo condusse quelle migliaia di soldati a Redipuglia; la seconda tentò di salvarli.

A cura di Rachele Ramacciotti, Alessandro Gori, Gaia Moscardini, Filippo Cataldi, Stefano Anguillesi

Se 100mila cadaveri vi sembrano pochi… A Redipuglia la celebrazione dello ‘spirito patrio’ e del ‘sacrificio’ ad uso e consumo di vecchi e nuovi nazionalismi. Ma pietas umana parla anche da qui.

🎥 Il significato della parola "presente"

Il Sacrario di Redipuglia è il più grande e maestoso sacrario italiano dedicato ai caduti della Grande Guerra. Realizzato sulle pendici del Monte Sei Busi su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni, fu inaugurato il 18 settembre 1938 dopo dieci anni di lavori. Quest’opera, detta anche Sacrario “dei Centomila”, custodisce i resti di 100.187 soldati caduti nelle zone circostanti, in parte già sepolti inizialmente sull’antistante Colle di Sant’Elia.
Fortemente voluto dal regime fascista, il sacrario voleva celebrare il sacrificio dei caduti nonché dare una degna sepoltura a coloro che non avevano trovato spazio nel cimitero degli Invitti. La struttura è composta da tre livelli e rappresenta simbolicamente l’esercito che scende dal cielo, alla guida del proprio comandante, per percorrere la Via Eroica. In cima, tre croci richiamano l’immagine del Monte Golgota e la crocifissione di Cristo.

🔊Intervista allo storico Franco Cecotti sul sacrario di Redipuglia e l’enorme numero di vite perse 

La Risiera di San Sabba, lager nazifascista


“Vi dirò ciò che è accertato” esordisce la guida Giorgio Liuzzi “se su qualcosa esiste un dubbio a livello storico ve lo farò presente”. Non a caso: la Risiera di San Sabba ha ancora tanti lati oscuri. Non esiste ancora una lista esatta di chi è passato o è morto nel noto campo di concentramento e di sterminio triestino; non si tenevano registri, del resto.Dei circa 2000 morti conosciamo i nomi di poco più di 300, grazie alla Lista Bubnič – redatta privatamente dal signor Bubnič nel Dopoguerra. Persino il processo del 1976 non riuscì a chiarire il coinvolgimento a più livelli di un gran numero di collaborazionisti triestini. Due i nomi colpevoli: Hans Dietrich Allers e Joseph Oberhauser, entrambi legati ad Aktion T4 (Progetto eutanasia per persone affette da malattie genetiche inguaribili e handicap mentali: a detta dei nazisti, “vite indegne di essere vissute”). Dichiararano al Tribunale di Francoforte sul Meno di non essere stati a conoscenza della presenza di un forno crematorio operativo nella Risiera. Il processo italiano del ‘76, guidato dal giudice triestino Sergio Servo, stabilì il contrario: il forno c’era e funzionava. “Di qui si usciva o per il treno o per il fumo” – lapidario.
Nelle 17 cellette lo spazio non supera di molto i 3 metri per 3. Dentro, letti accatastati – almeno 3 per cubicolo. Fuori, cemento. “I prigionieri facevano la fila per mettere la testa fuori dal foro della porta e prendere una boccata d’aria” spiega Liuzzi. Delle prime due celle della serie non si conosce con certezza la funzione: erano probabilmente destinate alla tortura.
L’ex-magazzino, la “Sala delle Croci” era il locale destinato a stipare al piano inferiore gli effetti personali dei prigionieri, e al superiore i prigionieri stessi diretti alla deportazione. I treni da Trieste ai campi di concentramento erano numerosissimi. Oggi, i tre piani della “Sala delle Croci” sono visibili solo grazie all’ossatura delle travi, unico elemento strutturale rimasto in piedi – al contrario, non esistono più i solai. Incastonati in un muro, alcuni degli oggetti dei prigionieri recuperati. Occhiali, pettini. Frammenti d’umanità.
Romano Boico, architetto italiano, si occupò degli interventi per la musealizzazione del complesso. Nel cortile, dove si è stabilito fosse il forno, un fumoso aggregarsi di lastre di metallo si innalza. Fumo e binari.
Una muraglia di cemento grezzo cinge ciò che i tedeschi non distrussero della Risiera. Tra i muri vecchi e i nuovi non c’è contatto: il presente non contamini il passato. Soffocano la luce, l’aria, la vista. Soffocano il pensiero.

A cura di Alessandro Gori

La risiera di San Sabba è stato un lager nazi-fascista, situato nella città di Trieste, utilizzato come campo di detenzione di polizia (Polizeihaftlager), nonché per il transito o l’uccisione di un gran numero di detenuti, in prevalenza prigionieri politici o ebrei. Oltre ai prigionieri destinati ad essere uccisi o deportati, vi furono imprigionati anche diversi civili catturati nei rastrellamenti o destinati al lavoro forzato. Le vittime (stimate fra le 3000 e le 5000, sulla scorta delle testimonianze raccolte) venivano fucilate, uccise con un colpo di mazza alla nuca, impiccate oppure avvelenate con i gas di scarico di furgoni appositamente attrezzati. Del lager faceva parte un forno crematorio, di concezione rudimentale, che veniva utilizzato per bruciare i cadaveri. Oggi la risiera è divenuta un museo. Nel 1965 è stata dichiarata monumento nazionale
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🎥 Giorgio Liuzzi sul forno crematorio della Risiera di San Sabba

Quando è veramente caduto il muro di omertà sui crimini di guerra in Italia? Alla Risiera di San Sabba (Trieste), sede di un campo di concentramento e sterminio nazista, possiamo dire: mai. Nonostante un processo istruito e delle condanne comminate.

Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – venne dapprima utilizzato dall’occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 (Stalag 339). Verso la fine di ottobre, esso venne strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Nel sottopassaggio, il primo stanzone posto alla sinistra di chi entra era chiamato “cella della morte”. Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione.


A cura di Niccolò De Felice, Niccolò Mariottini, Giuseppe Matteucci
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🔊Intervista a Dunja Nanut, Presidente ANED Trieste

Magazzino 18


Visitando il Magazzino 18 abbiamo potuto osservare quello che è la memoria dei profughi che hanno vissuto l’esodo. È aperto al pubblico da circa 10 anni, da quando Simone Cristicchi ha deciso per volontà propria di visitare questa memoria. Da allora è divenuto visitabile.Il Magazzino 18 non può essere definito museo, perché un museo è una raccolta specifica organizzata da uno storico. D’altra parte, non può essere definito Memoriale, poiché un memoriale è un monumento ideato da delle istituzioni per far riflettere una comunità pubblica.
Semplicemente, Magazzino 18 espone una raccolta di memorie personali della comunità degli esuli istriani.
Alla fine della guerra, con l’assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia di Tito, agli abitanti della regione è stata posta una scelta: rinnegare il loro passato o fuggire in Italia. Così, per non abbandonare la loro storia, in molti decisero di portare via dalle loro case i loro averi di uso quotidiano e di andarsene spargendosi per tutta Italia e per tutta Europa.
Le persone scappate inizialmente portarono i loro averi di vita quotidiana nel Magazzino 26; successivamente, per la demolizione del magazzino, dovettero trasferire le loro masserizie nel Magazzino 22. A causa di un incendio, venne bruciata una parte dei loro possessi e ciò che si salvò venne portato nel Magazzino 18.
Oggi il Magazzino 18 è un luogo dell’anima, e delle anime che vivono attraverso la storia muta ed immobile di quegli oggetti accatastati. Una volta entrati, si prova una emozione, un sentimento, come se il tempo tornasse indietro a quel periodo e si congelasse. E il tempo “congelato” in quel magazzino è quasi opprimente a causa della quantità di oggetti.
Quello che siamo andati a vedere, come definito dal suo direttore, è “solo una umile raccolta di masserizie. Ma nello stesso tempo trasmette la tragedia, per ogni esule, dell’abbandono e della separazione.
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A cura di Flavio Mancini, Giacomo Sbaragli, Samuele Pratesi, Camilla Terrosi, Andrea Andreani, Giulia Pagliazzi, Melissa Pasmaciu, Arbesa Spahiu

“Il rancore di chi è stato sradicato, per quanto comprensibile,  va superato con uno sforzo, anche doloroso ma necessario, perché bisogna superare le tragedie individuali e familiari per ricucire le ferite prodotte dalla storia”“La testimonianza di quello che ci è successo serve a capire che quello che è successo a noi sta succedendo tutt’ora in tanti parti del mondo e allora coerentemente, chi è dalla parte dei profughi istriani, non può che essere dalla parte dei profughi di oggi”

🔊Intervista a Livio Dorigo, esule di Pola



Silva  Rusich, figlia di esuli istriani e testimone della memoria: “conoscere la storia, approfondire, confrontarsi è l’unico antidoto contro la propaganda”.
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🔊 Intervista di Domenico Guarino a Silva Rusich

Gonars


Il campo di Gonars fu realizzato nel 1941 in previsione dell’arrivo dei prigionieri di guerra russi, ma dalla primavera del 1942 venne destinato all’internamento dei civili della Provincia italiana di Lubiana, rastrellati dall’esercito italiano in applicazione della Circolare 3C del generale Roatta, comandante della II Armata.
In questa circolare si specificavano le misure repressive da attuare nei territori occupati, come il titolo di internamento protettivo, precauzionale e repressivo da applicare sia ad individui, famiglie che ad intere popolazioni di villaggi e zone rurali. 
Nel campo di concentramento di Gonars, in un primo periodo si potevano trovare intellettuali, studenti, insegnanti, artigiani, operai e artisti. Arrivò a contenere 7mila persone. I morti furono oltre 500

🔊 Intervista con un testimone della deportazione dei prigionieri a Gonars

Giancarlo Ferro è l'ex sindaco di Gonars. Ci ha parlato di come si cerca di presentare la memoria dei deportati Slavi nel campo di concentramento fascista

A cura di Niccolò De Felice, Niccolò Mariottini, Giuseppe Matteucci

🔊 Intervista a Giancarlo Ferro

Basovizza


“Il parallelo con la Shoah è offensivo” dice lo storico Franco Cecotti. “Non si possono capire le Foibe se non si conosce la storia del confine nordorientale”.“Ci sono decine e decine di studi sulle foibe, che descrivono esattamente il fenomeno, come e perché accadde, quali sono i numeri. solo che molti giornalisti preferiscono affidarsi al sensazionalismo alimentato dalla politica” dice Cecotti. “Il problema è la violenza della guerra”

🔊 Intervista di Domenico Guarino a Franco Cecotti

A poche centinaia di metri due monumenti, due storie, due memorie, due sentimenti opposti. Un luogo che ci spiega, come forse nessun altro, quanto la memoria sia sempre "parziale" e come tocchi alla storia e definire fatti e contesti.
In memoria di quanto accaduto nel 1930 a Basovizza è stato eretto un pilastro, monumento in ricordo dei 4 antifascisti sloveni appartenenti al TIGR (Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka), morti giustiziati in seguito dell’attentato ad uno dei giornali fascisti di Trieste.
Cosa fecero: un gruppo di 9 antifascisti attentò con una bomba uno dei giornali di Trieste. Dei 9 processi solo 4 sentenze vennero emesse. Essi vennero processati e giustiziati nell’allora poligono di tiro.
In memoria, dietro al pilastro vennero poste 4 lapidi.Ma queste terre sono state teatro di ulteriori episodi in questo tragico contesto di guerra totale, che porta a una frammentazione di identità.Infatti, dal 1943 al 1945 vennero usate le cavità carsiche (foibe) presenti a Basovizza come luogo di esecuzioni da parte di jugoslavi contro italiani: ad esempio, coloro che indossavano una divisa, percepita come simbolo di una identità nemica (persino i bidelli). Successivamente, con l’arrivo degli Americani, vi fu il tentativo di riesumare i corpi, ma nonostante gli sforzi ne furono riscoperti solo una decina, poiché le ricerche furono fermate, per motivi al tempo non definiti. Al giorno d’oggi, in memoria di ciò abbiamo 2 monumenti: il primo una lapide che riporta i dati di quella foiba e simboleggia in generale questa tragedia; il secondo rappresentante lo sforzo degli Americani di riportare alla luce quanti più corpi possibile.

A cura di Flavio Mancini, Giacomo Sbaragli, Samuele Pratesi, Camilla Terrosi, Andrea Andreani, Giulia Pagliazzi, Melissa Pasmaciu, Arbesa Spahiu

Trieste, una difficile identità di frontiera


Attraverso il progetto “Storia di un confine difficile. L’alto Adriatico nel 900”, offerto dalla Regione Toscana in commemorazione del giorno del Ricordo, i ragazzi scelti dalle 25 scuole partecipanti hanno potuto ascoltare la lezione del prof. Stefan Cok, storico, riestino, di origine slovena, dopo  un tour guidato delle zone più importanti di Trieste; città fulcro di numerosi eventi storici del confine orientale.​
“Il triestino è sempre stato frammentato tra tre identità nazionali: italiana, croata e slovena. E ancora oggi è così”. Nelle parole dello storico, triestino ma di origine Slovena, Stefan Cok la complessità magmatica di questo quadrante dell’Italia (o forse sarebbe meglio dire dell’Europa?) diventa il paradigma della difficoltà di convivere a cavallo di frontiere create spesso artificiosamente. Ed in effetti, ripercorrendo la storia di Trieste, i problemi d’identità nazionale dei cittadini, dalla fine del diciottesimo secolo, appaiono come solo i prodromi di quello che accadrà in maniera ancora più drammatica con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando il forte sentimento irredentista italiano comincia ad affermarsi.
Il primo segnale dei problemi identitari avviene con l’entrata in guerra degli imperi centrali, quando l’impero asburgico chiama alle armi Trieste, che al momento era parte dell’impero. Quando l’Italia entra nel conflitto, capovolgendo l’alleanza che aveva precedentemente stretto proprio con Vienna, le tensioni, che già covavano, esplodono in maniera dirompente.
Stipulando segretamente il patto di Londra, l’Italia si era garantita Trieste, l’Istria e la Dalmazia, fomentando così il sentimento irredentista, che divenne il motivo centrale per cui combattere.
Ma al concludersi della prima guerra mondiale, la questione geopolitica era stravolta: col crollo dell’impero asburgico, Trieste si trovò così letteralmente impreparata ad affrontare la mutata situazione. E le incomprensioni già presenti, legate al multiculturalismo della zona, favorirono l’avvento degli squadristi fascisti.
Il primo atto estremista fascista avvenne nel 1920, con l’incendio doloso del Narodni Dom, la casa degli Sloveni in città. Da lì comincia il processo di snazionalizzazione e assimilazione dei cittadini e delle usanze.
“Non è un caso -aggiunge Cok- che, nel 1938, data la rilevanza politica e geografica della città, Mussolini scelse di promulgare le leggi razziali proprio qui a Trieste, in piazza Unità”.
Poi la guerra andò come sappiamo, ma per Trieste le tribolazioni non terminarono alla fine del conflitto. Con la fine della seconda guerra mondiale, si verificò il fenomeno della “Corsa a Trieste”: in territorio neutro, come sempre accade, viene conquistato dal primo esercito che lo raggiunge.
Nella seconda metà del ventesimo secolo la città, secondo l’articolo 21 del trattato di Parigi, vive la sua storia come stato libero (TlT), annettendosi definitivamente all'Italia nel '75 col trattato di Osimo.

A cura di Flavio Mancini, Giacomo Sbaragli, Samuele Pratesi, Camilla Terrosi, Andrea Andreani, Giulia Pagliazzi, Melissa Pasmaciu, Arbesa Spahiu

A Pisino le carte che raccontano la pulizia etnica dei Rom


Mia figlia Lalla è nata in Sardegna a Perdasdefogu, in un campo di concentramento”, raccontò Rosa Raidich nel 1984. Era la prima volta che una rom affermava di aver subito la persecuzione fascista in Italia. Oggi siamo a Pisino con gli studenti, in Istria, dove l’archivio del paese racconta questa storia sconosciuta, ma che tante famiglie rom ricordano perfettamente. Sappiamo anche i nomi di questi nuclei, schedati con precisione per ordine del capo della polizia Arturo Bocchini: Levacovich, Poropat, Raidich, Stepich, Carri, poi anche i Cavazza, Tapparello, Cassol, Camilot e Ben. Il 17 gennaio 1938 iniziava la pulizia etnica. Il 20 febbraio del 1938 c’erano i primi trasporti verso la Sardegna con imbarco da Livorno. Tra i rom c’erano molti bambini: il regime aveva anche valutato il costo che avrebbe dovuto sostenere nel caso dell’ipotetico affidamento all’Opera maternità ed infanzia, ma anche se il costo del viaggio per il confino risultò superiore, l’ipotesi dell’affidamento all’Opera fu scartata. I nomi dei confinati sull’isola in quel giorno di febbraio erano: Luigi e Matteo Stepich, Rosa Raidich, Giovanni, Caterina e Anna Poropat, Anna Levacovich, poi vi giunsero Giovanni Stepich, e Michele Stepich, Franco e Mario Udorovich, Matteo, Mario e Lucia Levacovich, Matteo e Maria Raidich, Mario Bucconi e Miralda Carri. Con loro c’era anche quella Rosa Raidich da cui è iniziato il nostro racconto. Nel 1940, il prefetto istriano Cimoroni poteva dichiarare che l’Istria era libera da zingari; la pulizia etnica era stata portata a termine. I Rom imbarcati sui traghetti furono portati in decine di paesi sardi, tra le province di Nuoro e Sassari: Lula, Urzulei, Bortigali, Ovadda, Talana, Loceri, Nurri, Posada, Laccru, Padria, Martis, Chiaromonti, Illorai. Poi anche Perdasdefogu. Un’ultima carta d’archivio ci aiuta a capire: finita la guerra, Rosa Raidich scrisse una lettera indirizzata alla prefettura di Nuoro, era il 29 marzo 1954.  La missiva chiedeva al comune la certificazione della sua residenza in provincia di Nuoro negli anni della guerra ed elencava per questo motivo anche i nomi dei suoi figli che erano stati imprigionati insieme a lei: Marcello Raidich nato in provincia di Pola, Vittorio Raidich nato in provincia di Pola, Antonio Raidich nato a Busachi ed infine Graziella Raidich nata a Perdasdefogu in provincia di Nuoro. Graziella, detta Lalla, era nata all’interno del campo.
Le carte dell’archivio dimostrano che aveva ragione Rosa, ma quei documenti richiesti al comune non arrivarono mai e lei restò apolide per tutta la vita. Per noi che siamo oggi a Pisino, questa storia deve ricordarci che le memorie utili alla vita delle persone sono solo quelle in grado di costruire un racconto che non escluda, che costruisca un presente di pace.

A cura dello storico Luca Bravi

Il campo di concentramento di Laterina


Laterina fu prima campo di concentramento, poi campo di prigionia, infine  centro di raccolta profughi. Con il campo di Renicci (Anghiari) rappresenta la testimonianza ‘scomoda’ dei campi di internamento anche nella nostra regione. Il campo di Laterina, dopo aver ospitato al termine della prima Guerra Mondiale 14 famiglie provenienti dal Trentino, negli anni della seconda guerra mondiale ed in quelli successivi divenne prima un campo di concentramento per prigionieri di guerra, poi campo profughi.
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🔊 Intervista di Domenico Guarino a Patrizia Fabbroni



Il quartiere giuliano dalmata di Roma

🔊 Ascolta il reportage a cura di Chiara Brilli per Radio Cora
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